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Non sempre essere felici al lavoro è ok!
2 agosto 2015|Non solo Marketing

Non sempre essere felici al lavoro è ok!

Questo articolo di oggi esce un pò dal “seminato” di marketing blog che curo per conto di  pLAYmARKETING. Il motivo è aver letto un interessante post di Spicer e Cederstorm (in inglese). Data la fonte, troverai alcuni approfondimenti in lingua anglossassone all’interno di questo articolo.

Inizio con una precisazione: scrivo questo articolo per le persone che oggi lavorano. Forse troverai questa lettura quasi filosofica, tuttavia ci sono dei consigli pratici per la tua azienda verament interessanti!

Agli imprenditori, infatti, sono sempre più spesso rivolte pubblicità di eventi motivazionali (dai “coach post PNL” a mille altri epigoni condotti da personaggi più o meno famosi, più o meno referenziati). In queste pubblicità, video ed eventi si predica il “vangelo della felicità”: viene spiegato quanto la felicità potrebbe farti diventare più sano, più gentile, più produttivo, e – per non farsi mancare nulla – anche più prossimo ad una promozione.

In alcuni di questi eventi (prova a cercare su Youtube) puoi anche ammirare i partecipanti intenti in danze selvagge – rigorosamente obbligatorie – inscenate da tutti i partecipanti. Lo scopo è dichiarato: riempire il corpo di “gioia”. Sono certo che tu ne abbia sentito parlare o abbia visto qualche cosa a riguardo.

Da dove arriva tutti questo?

Queste “cose” arrivano da lontano. Infatti, un gruppo di scienziati intorno al 1920 accese (e spense) le luci sul  famoso “Hawthorne effect”; da quel momento, molti studiosi e responsabili di Risorse Umane sono stati ossessionati dal comprendere come aumentare la produttività dei dipendenti. 

In particolare, la felicità come un modo per aumentare la produttività. Ci sono imprese che  spendono soldi per dei “coach della felicità“, svariate attività di team building, giochi vari, consulenti divertenti e addirittura con dei” Chief Happiness Officers” (sì cerca pure su Google). Queste attività e “mestieri” possono anche apparire divertenti o addirittura bizzarri, tuttavia molte aziende stanno prendendo molto sul serio il loro lavoro.

Tutto questo serve?

Cosa dovrei dire facendo parte di un’azienda di consulenza? Un obbligatorio “sì”? Preferisco vedere da vicino quelle ricerche su cui si basano questi eventi con i balli. Ne emerge un dato interessante: non è scontato che incoraggiare la felicità sul lavoro sia sempre una buona idea. Certo, ci sono prove (link inglese) che suggeriscono che i dipendenti felici sono meno propensi a lasciare l’azienda, soddisfano più facilmente i clienti, sono più affidabili e più integrati nella società. Tuttavia, ci sono anche delle incongruenze, evidenze che mettono in dubbio alcuni dei miti sulla felicità nel luogo di lavoro.

Per cominciare, noi non sappiamo veramente cosa sia la felicità, o come misurarla.  Direi che misurare la felicità è facile quanto come prendere la temperatura dell’anima o determinare il colore esatto dell’amore. 

Prova a leggere Darrin M. McMahon nel suo illuminante studio Happiness: A History: tutto inizia da una battuta di Creso del VI secolo aC. Il sovrano greco, si dice abbia scherzato affermando: “Nessuno che vive è felice“. Da qui in poi, questo concetto molto “liquido”, ha generato ogni genere di ragionamento: dal piacere assoluto, alla gioia o alla completa soddisfazione. 

Altri si sono lanciati in speculazioni. Sentirsi veramente felici in un preciso istante, per Samuel Johnson si ottiene solo da ubriachi (molto anglossassone!)Per Jean-Jacques Rousseau, felicità era a riposare in una barca, alla deriva senza meta, sentendosi come un Dio (dunque non esattamente il quadro della produttività). Ci sono molte altre definizioni di felicità, tuttavia non le troverai né più né meno plausibili di quelle di Rousseau o di Johnson.

Il fatto che oggi possediamo una tecnologia più avanzata, non ci ha aiutato a definire la felicità. Non a caso Will Davies nel suo libro L’industria felicità nota come, proprio perchè abbiamo sviluppato tecniche più avanzate per misurare le emozioni e la previsione dei comportamenti, abbiamo anche adottato nozioni sempre più semplificate di ciò che significa essere umani. Ed a cosa significa perseguire la felicità. COn gli strumenti di oggi, una scansione del cervello che si accende può sembrare come ci sta dicendo qualcosa di concreto su un’emozione inafferrabile. In realtà non lo è.

 

1. La felicità non porta necessariamente a un aumento della produttività. 

Un filone di ricerca mostra i risultati contraddittori circa il rapporto tra felicità – che è spesso definito come “la soddisfazione sul lavoro” – e la produttività. Per esempio,  uno studio su supermercati britannici, suggerisce che ci potrebbe essere una correlazione negativa tra la soddisfazione sul lavoro e la produttività aziendale. In pratica, più “miserabili” erano i dipendenti e più alti erano i profitti dell’azienda. Certo, altri studi hanno evidenziato esattamente l’opposto, mettendo in luce un legame tra soddisfazione e produttività. Tuttavia, tutti questi studi nel complesso difficilmente riescono a dimostrare correlazioni solide.


2. La felicità può essere faticosa

La ricerca della felicità può anche non “riuscire” a pieno, però non fa male, vero? SbagliatoFin dal 18° secolo, le persone si sono caricate di pesanti fardelli per essere felici, scegliendo un “dovere” che non può essare mai soddisfatto a pieno. Dunque, se ti concentri sulla felicità puoi anche essere meno felice!

Un esperimento psicologico recentemente dimostrato questo risultatoI ricercatori hanno chiesto a dei volontari di vedere un film che di solito renderli felici: per esempio un pattinatore vincere una medaglia. Tuttavia, prima di guardare il film, a metà del gruppo/test è stato chiesto di leggere un testo sull’importanza della felicità nella vita. L’altra metà invece no. 

I ricercatori sono stati sorpresi di trovare che coloro che avevano letto la dichiarazione circa l’importanza di felicità in realtà erano meno felici dopo aver visto il film. In sostanza, quando la felicità diventa un dovere, le persone si sentono peggio se non riescono ad ottenerla.

Questo apspetto si accentua proprio ai giorni nostri, dove la felicità è predicata come un obbligo morale . Come il filosofo francese Pascal Bruckner ha scritto : “L’infelicità non è solo infelicità; è – peggio ancora – l’incapacità di essere felice.

 

3. La felicità non si ottiene necessariamente attraverso la giornata di lavoro. 

Se hai un lavoro con un contatto diretto con i clienti, come in un call center o in ristorante fast food, in questi casi, si sa che essere ottimista non è un’opzione. E’ obbligatorioE per quanto faticoso come questo può essere, è quello che serve quando sei di fronte a dei clienti. Tuttavia oggi, anche a molti collaboratori che non hanno un contatto diretto con i clienti, viene chiesto di essere ottimisti.

Questo potrebbe avere conseguenze impreviste. Uno studio ha scoperto che le persone che erano di buon umore notano di meno le truffe rispetto a quelli che erano di cattivo umore. Un’altra ricerca scoperto che i venditori che erano arrabbiati durante una trattativa, raggiungono risultati migliori rispetto alle persone che sono felici. Tutto questo non è un inno ad essere infelici, tuttavia suggerisce che essere felice sempre, può non essere utile per tutti gli aspetti del nostro lavoro, o per posti di lavoro che si basano molto su determinate abilità. In effetti, per alcune mansioni, la felicità può effettivamente far performare meno.

 

4. Felicità potrebbe danneggiare il tuo rapporto con il vostro capo. 

Se credi che il lavoro è dove si trova la felicità, in alcuni casi, potresti iniziare a scambiare il tuo capo per un coniuge o un genitore surrogato. Se stai gestendo un’impresa, questo aspetto è importante anche dal tuo punto di vista. Soprattutto se hai molti dipenenti.

Nel suo studio di una media company , Susanne Ekmann ha trovato che coloro che si aspettano dal lavoro la felicità, sono spesso persone “emotivamente bisognose”. Desiderano un flusso costante di riconoscimento dai loro manager, questo per ottenere una rassicurazione emotivaE quando non ricevono la risposta attesa a livello emozionale (cosa frequente), questi dipendenti si sentono trascurati e hanno iniziato a reagire in modo sproporzionato. Per esempio, anche i più piccoli contrattempi, venivano interpretati come una chiara evidenza di rifiuto da parte del manager. Così in molti casi, aspettarsi che un “capo” ci porti la felicità, ci rende emotivamente vulnerabili.

 

5. Si potrebbe danneggiare il vostro rapporto con gli amici e la famiglia. 

Nel suo libro freddo Intimacies Eva Illouz notato uno strano effetto collaterale di persone che cercano di vivere più emotivamente al lavoro: hanno cominciato a trattare la loro vita privata come compiti lavorativiLe persone con cui ha parlato delle loro vita personale, vivono la sfera privata come una necessità, utilizzando una serie di strumenti e tecniche che avevano appreso dalla vita aziendale. 

Di conseguenza, la loro vita a casa è diventata sempre più fredda e calcolata. Non c’era da meravigliarsi, quindi, che molte delle persone sottoposte allo studio preferivano trascorrere del tempo sul posto di lavoro piuttosto che a casa.

 

6. Perdere il lavoro diventa molto più devastante. 

Se ci aspettiamo che il posto di lavoro ci renda felici e dia significato alla nostra vita, diventiamo pericolosamente dipendenti da esso. Riguardo a questo punto, uno studio di  Richard Sennett ha notato che le persone che vedevano il loro datore di lavoro collegato direttamente alla propria soddisfazione personale, sono quelle che hanno sofferto di più da un licenziamento.

Quando queste persone hanno perso il posto di lavoro, non avevano perso solo il loro reddito; avevano perso la promessa di felicità! Questo suggerisce che, quando vediamo il nostro lavoro come una grande fonte di felicità, ci rendiamo vulnerabili emotivamente durante i periodi di cambiamentoIn un’epoca di costante ristrutturazione aziendale, questo può essere pericoloso.

 

7. La felicità potrebbe renderti egoista. 

Essere felici ci rende persone migliori, giusto? Non così! Mi riferisco ad un interessante documento di ricerca. In questo studio, ai partecipanti sono stati dati dei biglietti della lotteria, con la possibilità di decidere su quanti biglietti avrebbero voluto dare agli altri e quanti tenere per sé. Quelli che erano di buon umore hanno preferito tenere più biglietti per se stessi. Ciò suggerisce che, almeno in alcune situazioni, essere felici non significa necessariamente saremo generosiIn realtà, potrebbe essere vero anche il contrario .

 

8. La felicità ti può rendere un solitario.

Seguendo il metodo di questo articolo, c’è un altro esperimento. Degli psicologi hanno chiesto un numero di persone di tenere un diario dettagliato per due settimane. Quello che hanno scoperto, alla fine dell’esperimento, era che quelli più apprezzavano la felicità erano anche coloro che si sentivano più soli. Infatti, sembra che concentrarsi troppo sulla ricerca della felicità ci può far sentire scollegati altre persone.

 

E allora perché, al contrario di tutte queste prove, continuiamo a mantenere la convinzione che la felicità possa migliorare un posto di lavoro? 

La risposta, sempre secondo uno studio, si riduce ad estetica e ideologiaLa felicità, infatti, è un’idea semplice. Funziona benissimo quando la scrivi (la parte estetica).  Ed è anche quell’idea che ci aiuta ad evitare di affrontare i problemi più gravi sul lavoro, come i conflitti e la politica sul posto di lavoro (la parte ideologica).

Quando si presume che i lavoratori felici sono i lavoratori migliori, si spazzano via le domande più scomode.

Tanto più che la felicità è spesso vista come una scelta del collaboratoreDiventa un modo conveniente per gestire vari atteggiamenti negativi, i guastafeste, rompiscatole e altri personaggi “indesiderati” nella vita aziendale. In pratica, invocare la felicità, con tutta la sua ambiguità, è un ottimo modo per non preoccuparsi di decisioni controverse, come ad esempio quelle legati a licenziamenti o cassa integrazione. 

Come Barbara Ehrenreich fa notare nel suo libro Bright-Sided , messaggi positivi sulla felicità sono dimostrati particolarmente popolari in tempi di crisi e licenziamenti di massa .

Davanti a tutti questi potenziali problemi, penso sia possibile ripensare all’aspettativa legata ad un lavoro deve sempre renderti felice

La felicità può essere faticosa, ci fa reagire in modo eccessivo, svuota di significato la nostra vita personale, aumenta la nostra vulnerabilità e ci rende più creduloni, egoisti e solitari. Oltra alla cosa più sorpredente: l’ossessiva e continua ricerca della felicità ci può privare proprio del senso di gioia che di solito otteniamo dalle cose veramente buone che “scopriamo”.

Dunque, il lavoro – come tutti gli altri aspetti della vita – è probabile che ci faccia vivere una vasta gamma di emozioni. Insomma, se il tuo lavoro ti fa sentire depresso e fuori luogo, potrebbe essere proprio perchè è deprimente e senza senso! Fingendo che non lo sia, puoi solo peggiorare la situazione. 

La felicità, naturalmente, è una grande cosa da vivere, tuttavia non si può forzare con la volontà.

E forse meno cerchiamo di perseguire ossessivamente la felicità sul lavoro e più diventerà probabile sperimentarla realmente. Un senso di gioia spontaneo, piacevole e non costruito (quindi non opprimente). Soprattutto, saremo meglio attrezzati per affrontare il lavoro in modo sobrio, vedendolo per quello che èE non come tu – il tuo capo, colleghi  o leader di balli in seminari motivazionali – possono far finta che sia.

Beh, se sei arrivato a leggere fino a qui conto di averti lasciato quanche pensiero controcorrente per riflettere sul tuo lavoro o su quello che offri ai tuoi collaboratori. Dal contrasto contro il pensiero “comune” credo nascano idee interessanti.

Con osm1816 ho dei colleghi esperti in questo. Vuoi sapere che senso possa avere per la tua azienda? Contatta Gianni Vacca.

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Solo uno strumento?
15 luglio 2015|Non solo Marketing

Solo uno strumento?

  La vita è tutta un compromesso: qualità verso quantità, tempo o denaro, costi rispetto alle prestazioni. Come fare a scegliere? Quando sarà il momento di acquistare le attrezzature che permetteranno a te ed ai tuoi colleghi di completare il lavoro, è importante valutare al meglio l’investimento giusto rispetto a quanto questi strumenti aiuteranno la tua capacità di gestione.

Per spiegarci meglio, prendi ad esempio uno studio di architettura che voglia affermarsi sul mercato.

Ecco una scelta che dovrebbero affrontare: un computer in genere può costare tra i 500 ed i 1000€, mentre quelle che si chiamano workstation[1] hanno un prezzo tra i 1500 e i 3000€. Le maggiori prestazioni che queste ultime offrono, valgono l’investimento?

La domanda è: quanto tempo costeranno le pause e i blocchi derivanti da utilizzare un computer con prestazioni più basse? Se la workstation permette di accorciare i tempi di 30 minuti a settimana per 3 anni, significa un totale di 26 ore uomo. Se attribuisci un valore di 50€ per ora, le 26 ore risparmiate corrispondono a 1300€. Inoltre, non trascurare che il tuo team sarà più soddisfatto e produttivo potendo lavorare su strumenti più affidabili.

Sembra una piccola decisione su un piccolo problema di gestione, tuttavia prova ad estendere questo modo di ragionare anche a situazioni più grandi: magari un macchinario di produzione o il nuovo gestionale.

Spesso le scelte che dovrai fare non saranno nette, proprio per questo ti serve un approccio quasi olistico[2] nella valutazione delle opzioni a tua disposizione.

Vuoi valutare meglio le tue opzioni? Contatta un marketing designer, contatta Gianni Vacca



[1] Stazione di lavoro, sostanzialmente si tratta di una postazione lavorativa organizzata attorno ad un computer monoutente. Qualcosa di più evoluto che un computer “da casa”.

[2] Dal greco “olos” che letteralmente significa “Tutto o il Tutto”. L’aggettivo Olistico è riferito all’attitudine di considerare l’aspetto fisico, mentale e spirituale dei fenomeni come un tutt’uno.

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Semplifica, semplifica, semplifica!
30 giugno 2015|Non solo MarketingPMI Eccellenti

Semplifica, semplifica, semplifica!

Semplifica, semplifica, semplifica!

Hai sicuramente un tuo metodo per essere produttivo (e organizzato). Probabilmente lo hai anche automatizzato in modo che venga eseguito senza pensarci troppo.

Finita qui? In realtà no! Siamo certi che nel sistema che hai creato, guardandoci bene, avrai anche notato degli aspetti che possono essere migliorati e meritano un’attenzione particolare. Si tratta di quei processi aziendali che utilizzi e che, per quanto automatizzati, ti suonano male e sono come quel sassolino nella scarpa mentre cammini.

Sono dei dettagli, insomma, e forse potresti anche non farci caso per un certo periodo di tempo. Tuttavia rimangono lì a rendere meno efficiente la tua azienda. Quindi è il momento di dare un taglio alle inefficienze organizzative!

Per fare questo vogliamo darti un consiglio che arriva dalla filosofia giapponese che prende il nome di Kaizen. Il termine Kaizen in giapponese significa “miglioramento” o “cambiamento per il meglio”. Quando segui questa filosofia ti prendi cura di piccoli, significativi cambiamenti.

Nel tempo, questi piccoli cambiamenti si sommano tra loro, fino ad ottenere dei grandi cambiamenti senza nemmeno renderti conto quando questi siano iniziati.

Per iniziare il processo di semplificazione, prendi un aspetto che ti procura i problemi più significativi nella tua gestione. Su questo punto chiedi a te stesso:

  •  Posso eliminarlo completamente? Non potrai avere una risposta a questa domanda fino a che non l’avrai eliminato dalla tua organizzazione. Se scopri che puoi farne a meno o addirittura che la tua produttività aumenta, abbandonalo in modo definitivo. Altrimenti, procedi con la prossima domanda;
  •  Qual è lo scopo di quel comportamento? Posso raggiungere quello scopo in modo più semplice? Prova a pensare ad altri modi (più di uno!) per raggiungere l’obiettivo. Per esempio, alcune tecniche consigliano di utilizzare un timer vicino alla tua postazione di lavoro. Mentre senti il ticchettio, dedichi tutta l’attenzione all’attività che stai completando. Allo stesso tempo, disattiva internet (o i social!) dal tuo computer per evitare distrazioni. Quindi, se il timer ti stressa, potresti iniziare con il rimuovere le distrazioni?
  •  Qual è la causa del problema? Conoscere la causa del problema ti può aiutare a creare dei miglioramenti. Per esempio, se dimentichi sempre il dispositivo per registrare i tuoi appunti, puoi semplificare le cose integrandolo nella tua giacca. Anche qui l’esempio è banale, il modo di ragionare… no;
  • Posso combinare questo aspetto con altri comportamenti? Per esempio, ipotizziamo che tu crei una “to do list[1]”. Allo stesso tempo utilizzi una tecnica per la gestione della to do list (per esempio la “tecnica Pomodoro[2]”). Bene, si possono combinare le due cose ricreando una lista modificata in base al sistema di gestione del tempo che utilizzi?

Siamo certi che se applichi questo approccio alle diverse difficoltà di gestione in azienda, un passo alla volta, otterrai un sistema organizzativo molto semplice, che calzerà perfettamente le tue esigenze.

Vuoi un esempio? Rimaniamo in Giappone ed esploriamo brevemente il sistema “Personal Kanban[3]”.

Si tratta di un sistema sviluppato nella produzione di automobili firmate Toyota. É uno strumento visivo utile per capire il lavoro che deve essere fatto e quello che rimane da completare (non a caso Toyota è stata l’azienda che ha reso popolare l’applicazione del kaizen nel business).

Il Personal Kanban è un sistema che crea uno schema grafico dei “lavori in corso” e in più ti permette di vedere cosa hai ottenuto fino a quel momento, mantenendo uno spirto positivo sul lavoro.

Puoi creare il tuo Personal Kanban nel modo che più ti piace, anche facendo dei disegni. In pratica, ogni compito da portare a termine viene riportato in un post-it. Subito dopo, i singoli post-it sono organizzati e suddivisi in una tabella a tre colonne che rappresenta:

  •  Colonna 1: Arretrati
  • Colonna 2: Cose da fare
  • Colonna 3: Cose fatte

Tutto qui! Ovviamente puoi cambiare le colonne o implementare il sistema come più ti aggrada. Se poi vuoi saperne di più, cerca su internet il “Personal Kanban” o altri sistemi (per esempio potresti cercare i termini “big rocks”, “Zen to Done”, ecc.) e scoprirai come adattarli, integrarli ed ottenere il meglio per le tue necessità specifiche.

Non dimenticare, il sistema migliore è quello più semplice!

Vuoi semplificare dei processi in azienda? Contatta un marketing designer, contatta Gianni Vacca



[1] Definizione inglese che descrive un elenco di cose da fare.

[2] Sviluppata alla fine degli anni ’80 dallo studente italiano Francesco Cirillo (The Pomodoro Technique), è una semplice strategia di gestione del tempo che favorisce l’esecuzione dei compiti e la concentrazione. Per approfondimenti, http://pomodorotechnique.com/

[3] Modalità di gestione della propria produttività e riduzione dello stress collegata alle attività operative, soprattutto quelle effettuate per la prima volta. Generalmente, è un modo di approcciare alla propria giornata in modo organizzato ed efficace.

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Ci penso io….
23 giugno 2015|Non solo MarketingPMI Eccellenti

Ci penso io….

  Oggi ti scrivo nelle vesti di marketing designer. Tuttavia, non è un articolo dedicato al trovare clienti; non direttamente e non oggi. Ti scrivo perchè spesso nella mia attività o notato che molti imprenditori e manager hanno un atteggiamento che potremmo riassumere nel “ci penso io”. In realtà, tutti noi, abbiamo bisogno di un appoggio, a  volte di un consiglio. Per questo è importante crearti un gruppo di supporto in azienda.

Parlaimo di crescita, di quello che serve per veder prosperare la propria azienda.

Infatti, se vuoi che la tua impresa cresca, è fondamentale avere un “comitato consultivo” composto da persone di tua fiducia, che magari sono in azienda da tempo e che hanno ottenuto dei successi per come intendi tu la parola “successo”. Potrebbero anche essere clienti fidelizzati o amici imprenditori di settori completamente diversi dal tuo.

Organizza con loro un pranzo trimestralmente, fai domande scomode e insisti per avere risposte obiettive. Sembra banale, eppure è efficace!  Tutti hanno bisogno di stimoli, è impossibile far crescere un business in una campana di vetro.

Vuoi uscire dall’isolamento? Contatta Gianni Vacca

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5, 10 o 500?
13 giugno 2015|Marketing BasicNon solo Marketing

5, 10 o 500?

  Questo articolo parla di futuro.In effetti le attività imprenditoriali partono dall’entusiasmo, c’è passonione e voglia di fare. Basta poco… poche persone, pochi clienti, poco marketing, pochi locali, poche macchine… e ovviamente molta convinzione.

Se quella convinzione rimane un elemento fondamentale (molte attività di consulenza sono basate solo su questo aspetto). Tuttavia, se tutto questo è fondamentale sapere come lanciare un’impresa all’inizio della sua attività (molto probabilmente l’hai già fatto mentre stai leggendo questo testo), è altrettanto vitale avere un piano per farla espandere su larga scala.

In fondo, passare da 5 a 10 pezzi è facile, ma da 500 arrivare a realizzarne 1000 porterà i tuoi costi a crescere esponenzialmente in modo imprevisto, con il rischio che tu rimanga impreparato e impossibilitato a ottenere la crescita di fatturato che immagini. Magari motivatissimo, tuttavia senza risorse per proseguire come vorresti!

Per farti un esempio realmente accaduto, un’azienda su kickstarter[1] era riuscita a raccogliere con una brillante idea oltre centocinquantamila dollari. Erano tanti soldi, cosa che rese felice i ragazzi che l’avevano concepita e lanciata; tuttavia quei dollari vennero “mangiati” proprio dalla produzione di quell’idea che aveva avuto così successo con gli investitori.

Infatti, nel loro piano di produzione, avevano adeguato il loro prodotto su persone, spazi e magazzino limitati, quasi come se avessero dovuto continuare a produrre quel kit nel loro salotto. Quando le vendite sono arrivate e le richieste cresciute, solo allora, hanno realizzato che, per poter soddisfare il mercato, avrebbero dovuto assumere sei persone che li aiutassero nella produzione, riducendo sensibilmente i margini di guadagno ipotizzati al “via” dell’azienda.

In pratica, finita la prima serie del kit in poco tempo, non avevano più risorse nemmeno per ricomprare il materiale di base. Sostanzialmente, il loro business plan si rivelò insostenibile.

In definitiva… se hai un obiettivo ambizioso, quindi, non curarti solo dello start up, dettaglia tutto come se già la tua azienda fosse a regime. Non lasciare nulla al caso!

Vuoi sapere come lanciare al meglio un tuo nuovo progetto o la tua impresa? Contatta Gianni Vacca



[1] Piattaforma americana per start up. Si tratta di un portale organizzato, una nuova modalità di trovare progetti creativi che possono essere finanziati con il supporto diretto dei finanziatori online. Dal suo lancio, nel 2009, ha già dato voce e consentito il finanziamento di 77.000 progetti, grandi e piccoli.

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